martedì 30 gennaio 2007
domenica 21 gennaio 2007
Nell'occhio
Sulla moto non ci sarei mai venuta. Te l'avevo detto un milione di volte e rimarrei della stessa identica idea anche ora. Non è che non mi fidassi di te come pilota, il fatto è che il mio approcio al mezzo è iniziato dal basso: raccogliendo per strada. Oppure sentendo la storia del mio allora ragazzo che stava per rimetterci l'osso del collo. Quindi, sulla moto mai.
La colazione al lago. Per questa probabilmente aspettavi la stagione un po' più mite. E ci sarei venuta volentieri. Sì, credo proprio che stavolta avrei accettato.
E poi la storia del quadrato. Non la saprò mai. Avevi detto che me l'avresti spiegata ma oramai... non si può.
Ultimamente mi chiamavi Pupillona. Hihihi. Alcune sere stavi lì a fissarmi per un po' e poi mi dicevi "una volta ti spiegherò". Ora hai gli occhi chiusi, così come le labbra. Non mi fisserai più e non spiegherai più nulla.
Una delle prime volte che ci siamo visti avevi deciso di chiamarmi Flebo. Tu e gli altri ve ne stavate lì attaccati alla tv per vedere "Distretto di Polizia". Lo sapevo benissimo che non dovevo disturbarti in quei momenti. Ma le mie chiavi erano nell'armadietto in quella stanza. Allora sono entrata pianissimo, mi sono mossa pianissimo, lenta, senza far rumore, e me ne sono uscita in silenzio. E tu pensavi che quel ritmo fosse il mio al naturale!
E poi "una botta di vita". Una scena fantastica, non me la dimenticherò mai.
E i miei scatti felini. Anche per questo mi osservavi, scommetto che certe volte cercavi di prevederli. Una Gatta.
I tuoi viaggi, tanti ancora non me li avevi raccontati. E il tuo sorriso. E le tue storie strane. E tu.
Venerdì ho girato per un'ora l'ospedale da un reparto all'altro cercandoti. Alla fine ho scoperto dov'eri: in sala operatoria. Sono tornata più tardi, ma eri in risveglio. Sabato mattina ho saputo non avrei più avuto l'occasione di una colazione al lago con te, che mi spiegavi quella tua teoria sui quadrati e le personalità.
Ciao Gianmauro, ti prometto che domani ti accompagnerò anche io sui monti di Heidi in cui eri nato. Sono già d'accordo con Ivan, passerà a prendermi lui. Un abbraccio (o è tardi?)
La colazione al lago. Per questa probabilmente aspettavi la stagione un po' più mite. E ci sarei venuta volentieri. Sì, credo proprio che stavolta avrei accettato.
E poi la storia del quadrato. Non la saprò mai. Avevi detto che me l'avresti spiegata ma oramai... non si può.
Ultimamente mi chiamavi Pupillona. Hihihi. Alcune sere stavi lì a fissarmi per un po' e poi mi dicevi "una volta ti spiegherò". Ora hai gli occhi chiusi, così come le labbra. Non mi fisserai più e non spiegherai più nulla.
Una delle prime volte che ci siamo visti avevi deciso di chiamarmi Flebo. Tu e gli altri ve ne stavate lì attaccati alla tv per vedere "Distretto di Polizia". Lo sapevo benissimo che non dovevo disturbarti in quei momenti. Ma le mie chiavi erano nell'armadietto in quella stanza. Allora sono entrata pianissimo, mi sono mossa pianissimo, lenta, senza far rumore, e me ne sono uscita in silenzio. E tu pensavi che quel ritmo fosse il mio al naturale!
E poi "una botta di vita". Una scena fantastica, non me la dimenticherò mai.
E i miei scatti felini. Anche per questo mi osservavi, scommetto che certe volte cercavi di prevederli. Una Gatta.
I tuoi viaggi, tanti ancora non me li avevi raccontati. E il tuo sorriso. E le tue storie strane. E tu.
Venerdì ho girato per un'ora l'ospedale da un reparto all'altro cercandoti. Alla fine ho scoperto dov'eri: in sala operatoria. Sono tornata più tardi, ma eri in risveglio. Sabato mattina ho saputo non avrei più avuto l'occasione di una colazione al lago con te, che mi spiegavi quella tua teoria sui quadrati e le personalità.
Ciao Gianmauro, ti prometto che domani ti accompagnerò anche io sui monti di Heidi in cui eri nato. Sono già d'accordo con Ivan, passerà a prendermi lui. Un abbraccio (o è tardi?)
lunedì 1 gennaio 2007
1 gennaio 2007
Comincia bene. Comincia con una sorpresa.
Comincio a pensare. Si mette male. Rapida involuzione dei pensieri che scalano veloci la vetta e da lì in cima guardano in basso, verso la città mille luci e frastuoni. Lì dove un anno e tutti i precedenti hanno costruito. Lì dove rapida e solerte muove le mani, volge lo sguardo, fissa e scivola via.
Qui l'aria è buona e si respira bene. Qui se prendi un bel respiro senti i polmoni gonfiarsi. Qui la mente è leggera, della stessa consistenza di una nuvola soffice. Non c'è smog, né nebbia. Se cade e solca una guancia la senti. Ma non lo fa, perché è dentro che cade. La senti uguale. E bagna tutto quello che trova nel suo percorso. Bagna e infiamma insieme. Arriva lì. Brucia. Ma è un attimo e passa.
Il lago al tramonto. Quei colori che hanno preso il posto della mia pelle per alcuni minuti. Quel respiro di cui avevo bisogno. Il mondo che mi ridona vita e che io mi ostino a non voler incontrare ancora. Un senso di pace e vita. Mi manca. Lo so. Lo dico sempre. Eppure guardami laggiù nel mondo delle macchine sbuffanti come se non lo sapessi.
Prendimi e portami via da lì. Non per sempre, non a lungo. Solo di tanto in tanto, per tornare ad assaporare tutto questo. Per tornare a sentire fino alle dita dei piedi questa terra che mi ha dato tanto. Per alleggerirmi. Per dare un senso. Per non pensare. Perché siano loro a danzare, per godermi lo spettacolo, per sapere come va.
Poi rimettimi dove sai. Io vivo lì.
E allora cosa stai facendo? Schiava di te e della polvere che si posa.
Mi brucia la gola.
Sempre divisa tra te e te stessa. E il mondo trova spazio un po' qui e un po' là. Te lo dividi. Me lo incastro, mi ostino a trovargli la forma di cui ho bisogno. Ma quando indosso le cuffie lo faccio anche per non ascoltare alice. Non ho ancora imparato e non mi interessa ancora.
Per sempre.
Finché dura.
Chi decide?
Tanta paura per quest'anno che viene, ma ci sono e saprò prendermi le mie responsabilità.
Non basta, questo l'ho sempre fatto. Scegliere con responsabilità, è qui che vorrei vedermi più convinta.
Ti scrivo perché sapere cosa voglio è un bel problema.
Ti scrivo perché ho bisogno del tuo azzurro, del tuo sapore sulla pelle, di riempirmi gli occhi e ubriacarmi dentro.
Stesa su un prato umido col naso al nitido lassù. Nelle narici il vento che mi è stato compagno. Sette lettere e un accento. Irraggiungibile e leggera. Svanisce e scompare se solo un suono la sfiora.
Ricordi graffianti, sensazioni che bruciano. Vorrei ma non posso. Impossibilità logiche. Logica inversa. Perché. Sospeso nello spaziotempo.
Vomita e rigetta. Sei lettere, due suoni lunghi. Un ricciolo in alto, una curva ampia, un attimo e non c'è più.
Si fa tardi. Non ho scritto quello che volevo. Non importa, ho scritto quello che è venuto. Perché tu mi insegni che c'è un tempo per ogni cosa. Ora è tempo di andare e noi abbiamo tutto il tempo che vuoi. Se lo vuoi.
Vuoi-cosavuoi-lovuoi-sappiamocosastiamofacendo-(sì.no)-ariamimancalaria-ancoratu-nodo-marmo-assenzaditempo-blocco-urlasilenti-nonsipuò.
Iscriviti a:
Post (Atom)