sabato 4 febbraio 2006

Lettera quasi bianca ad una quasi amica

da Stefano

Ecco, non so da dove cominciare, che noi che amiamo scrivere, quando vogliamo dire per davvero, subiamo una duplice condanna, che abbiamo la parola troppo facile che con fatica l’arginiamo, ma nello stesso tempo ne percepiamo il peso e il contrappeso, specifico ed estetico, e ad ogni frase cresce la paura di creare parole unicamente belle e non credibili.
E s’accartoccia carta nel cestino, destino di parole che suonano incrinate come un’argilla modellata bene e cotta male in forno. E allora ti viene voglia di fare come il pesce che la bocca muove ma non esce la parola e devi stare lì oltre la boccia a scrutare le labbra per intendere. Ma no, non voglio cedere alla tentazione paralitica di mandarti un foglio bianco che tu possa riempire al meglio, questa volta voglio dire e si fottano le parole maledette e inadeguate. Sai, una cosa ho imparato dai bambini che tutti, quando li vedono tristi o sofferenti, si trasformano in pagliacci come bastasse una risata estorta per sistemare le cose, che poi è solo la nostra ansia che spegniamo in qualche modo. Occorre altro invece che non siano risa, magari lacrime o banali orecchie ad ascoltare, la sintonia insomma. E con un uomo od una donna è uguale, che non si cresce mai abbastanza e ancora avremmo bisogno ma non sappiamo chiedere e non sappiamo dare.
Che potrei dirti che lo scrivere è un male minore ma incurabile e che perciò ti devi rassegnare a conviverci, altro che temere di non essere più in grado. E forse ti strapperei un sorriso, ma non lo dico, sai. Preferisco che mi sai al tuo fianco, almeno il tempo di questa rapida lettura che dietro ha molte parole finite nel cestino.

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