venerdì 14 settembre 2007

Scarabocchi di bidue

C'era una volta una matita. Era un po' consunta, la mina non perfetta, il tratto un po' sbavato. Era una matita che passava tutto il giorno a far calcoli su calcoli, su fogli di ogni dimensione, al centro della pagina, qui e là a casaccio e poi alla fine anche negli angoli più remoti della pagina, e tra i pochi spazi liberi tra i segni già lasciati. Così si consumava, poi veniva ritemperata, ma si consumava ancora.
Ed era così che arrivava a sera. Stanca e non con l'aspetto migliore, di quello che tutte le matite hanno quando le vedi appuntite e in ordine nel barattolo del cartolaio.
Eppure, sapete.. una matita è tale solo quando voltandosi può vedere dietro di sè i segni del suo consumarsi. Che non le procura noia, per quanto possa essere faticoso, ma la fa vivere.
Quella sera la matita non avrebbe voluto essere posata a fianco delle risme di fogli ancora da riempire, ad aspettare che la luce del giorno svegliasse la mano che l'avrebbe fatta scorrere.
Avrebbe tanto voluto che adesso, il silenzio della stanza fosse rotto dalla luce della lampada sulla scrivania. Avrebbe desiderato che una mano calda la stringesse e l'appoggiasse su un foglio. Bianco o colorato non importava. Nemmeno le dimensioni. Ma aveva un sogno nel cassetto: voleva danzare perché la mano ne facesse un disegno, voleva che quella mano se ne servisse per parlare delle bolle di sapone della sua testa, per riempire una goccia di rugiada, per tracciare un confine lontano, per perdere il confine tra l'ombra e la luce, nelle pieghe di una sfumatura. E chissà, magari avrebbe potuto in certi momenti essere lei a guidare quella mano: si sarebbe fatta carico di quelle dita e le avrebbe portate su di sé verso un palcoscenico illuminato da poche luci, giusto qualche faretto, dove una creatura dai capelli espressivi avrebbe dato il la a un canto magico, dal sapore di sogno. Quel la avrebbe messo in vibrazione tutte le molecole della matita, le avrebbe scosse come l'aria che si frange frizzante sulle spalle di un piccolo aeroplano. E dalla mina sarebbe nata una traccia piena, a tratti sottile e a tratti più incisiva, ma sempre piena di quella creatura dai capelli espressivi, che nel frattempo ciondolava la testa e le dita sul sogno di uno spazio infinito dove solo i riccioli trovano la strada dell'impareggiabile.
Fissava la porta, quella matita. Ma niente. E allora la matita si volta verso la lampada spenta, la fissa un po', tira un ultimo sospiro, ripensa alla mano e ai capelli. E con un po' di nostalgia, chiude gli occhi mentre si rotola dall'altro lato, che anche per stanotte è rimasto solo un sogno nel cassetto.

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Now playing: Giovanni Allevi - Cassetto

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